Francesco Imbimbo

Francesco Imbimbo è nato a Trieste nel 1973. Legato al disegno da una consuetudine che risale alla prima fanciullezza, attinge da una visionarietà inquieta, temprata nel dialogo con la tradizione surrealista e simbolista, il lessico di un’autentica scrittura per immagini, imbevuta di suggestioni letterarie e filosofiche, impegnata in un confronto serrato con i temi più scottanti della contemporaneità, che da anni osserva attraverso la lente deformante dell’ironia. Ha al suo attivo mostre personali e numerose presenze all’interno di eventi espositivi in Italia e all’estero. Fuori dai cataloghi, le sue visioni continuano a filtrare nell’immaginario dalle più svariate pubblicazioni nella forma di contributi iconografici. La crescente applicazione sul fronte della sperimentazione, dagli interventi di carattere installativo al video, nonché l’apprendistato con il regista Francesco Macedonio, documentano un progressivo slittamento dei suoi interessi verso la regia cinematografica. Il dialogo con la figura di Carlo Michelstaedter, che ha fornito l’occasione per l’incontro lungamente meditato con la settima arte, attraversa da solo tutte le aree della sua produzione, dalla grafica all’installazione. Per una ricognizione più esaustiva si rinvia al “Dizionario degli artisti di Trieste, dell’isontino, dell’Istria e della Dalmazia” a cura di Claudio Martelli.

 

[…] i linguaggi sono stati franti, decomposti, e con quel che rimane –rovine- si tratta di ri-comporre altre immagini del mondo. Imbimbo pare voler tentare una ri-composizione e deve far i conti con una dissoluzione ossessiva così dell’estetico come dell’anestetico.
Deve aggrapparsi a simboli, alla equivoca loro potenza, deve rifrugare nei fondi d’una psicoanalisi saccheggiata eppure ancora feconda e reinterrogare archetipi, totem, tabù, sogni. Abbastanza agevole è dir onirica questa pittura e attraversata da incubi di morte e trasfigurazioni. […]

Sono ambigue rappresentazioni dell’Indicibile –o se vuoi della morte- della morte supposta, sognata, respinta. L’occhio – per non sai che potenza- la vede –ovvero: è come se tu ti ponessi dal suo punto di vista- dal suo punto “mitico”, quando la vita era nuda ma già insidiata da alcuni indizi di corruzione. L’artista ha indubbiamente un “altro” occhio e ti fa muovere i passi lungo le seduttive linee che volgono verso abissi dove non sai se ci sarà dannazione e salvezza. La discesa ti si fa sopportabile perché ti imbatti in una danza di forme in cui l’anomalo e il raffinato si intrecciano, la scioltezza dei corpi carnali e marmorei è offerta come purità e perversione. Tu sai che la catastrofe è imminente (la privata e, forse, la collettiva), tuttavia le mani ancora vive dell’artista non cessano di muoversi, di stupirsi per la terribile bellezza che ci attornia.

Silvio Cumpeta

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