IN VETRINA

 

   

Omaggio a Mario Di Iorio

 

 

 
 
L’Associazione Culturale Prologo e la Provincia di Gorizia
è lieta di invitarvi all’inaugurazione
dell`esposizione
 
 
Mario Di Iorio
 
Dire a volte l’indicibile
 
La grande pittura
 
 
 
Musei Provinciali
di Borgo Castello
Borgo Castello 13 - Gorizia
  
venerdì 18 settembre 2009
alle ore 18:00
  
 
 
Interverranno:

il Presidente della Provincia di Gorizia Enrico Gherghetta

l`Assessore alla Cultura Roberta Demartin

il prof. Claudio Cerritelli

la prof.ssa Francesca Agostinelli

 
 
 
 
Mario Di Iorio
1958 - 1999
 
 
Promosso da
 
Provincia di Gorizia
Presidente
Enrico Gherghetta
 
Vicepresidente e Assessore alla Cultura
Roberta Demartin
 
Direzione Cultura e Creatività
Dirigente
Anna Del Bianco
 
Musei Provinciali di Gorizia
Sovrintendente
Raffaella Sgubin
 
 
Associazione Culturale Prologo
 
 
Con il contributo di
Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia
 
  
 
 

orario:
da martedì a domenica
9.00-19.00
chiuso lunedi

Informazioni e prenotazioni
T +39 0481 533926/530382
F +39 0481 534878
musei@provincia.gorizia.it
www.gomuseums.net
 
 
 
Biglietto intero
euro 3,50
Biglietto ridotto
euro 2,50
Visita guidata
(su prenotazione)
euro 1,00
Scolaresche
con accompagnatore
euro 1,00


 

 
Mario Di Iorio 
DIRE A VOLTE L’INDICIBILE
La grande pittura
 
Musei Provinciali di Gorizia,
Borgo Castello
19 settembre – 8 novembre 2009
 
a cura di
Francesca Agostinelli
con
Paolo Figar
Claudio Mrakic
Franco Spanò
 
  
Organizzazione generale
Associazione Culturale Prologo
 
 
Musei Provinciali di Gorizia
Sovrintendente
Raffaella Sgubin
 
Segreteria organizzativa
Giuseppina Carraro
Camilla Soffiati
 
Coordinamento
Alessandra Martina
 
 
Progetto grafico
Roberto Duse (Nulldesign) e
AaVascotto
 
 
La mostra è stata realizzata con il contributo della
Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia
 
e con il sostegno di
APT
 
 
  
CATALOGO
 
A cura di
Francesca Agostinelli
con
Paolo Figar
Franco Spanò
 
Testi
Claudio Cerritelli
Francesca Agostinelli
 
Apparati
Franco Spanò
 
Progetto grafico
Roberto Duse (Nulldesign) e
AaVascotto
 
Crediti fotografici per le opere
Carlo Sclauzero
 
Stampa
GFP – Grafica Foto Pubblicità SpA
 

 

 

 

  

 

 
 
 
 
 
      
 
 
 
 
 
 
 
     
                              
 
                                      
  
 
 
   
 
 
 
 
 
                      
 
  
 
 
 
           
 
 
 
 
                            
 
 
 
 
 
 
  
 
 
  
 
  
 
 
  
  
 
     
 
 
 
                       
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
                         
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
 
   
 
 
                   
 
 
                        
 
 
       
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
                    
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

A capofitto nella pittura

Claudio Cerritelli

 

Tra i modi per ricordare un artista prematuramente

scomparso come Mario Di Iorio quello scelto per

questo prezioso omaggio alla sua figura è tra i più

limpidi ed intensi, in quanto capace di rivelare

le dimensioni segrete della ricerca, le diramazioni

nascoste della dimensione creativa. Vengono alla luce

i percorsi del quotidiano esperimento del dipingere,

l’identità della pittura come inquietudine esistenziale

che si fa urgenza e testimonianza allarmante, volontà

di essere pittore a tutti i costi, sguardo al passato

con l’animo rivolto alle profondità del presente.

Partendo da frammenti autobiografici e tracce

“scritto-grafi che” rimaste custodite nello studio

durante gli ultimi dieci anni, Francesca Agostinelli

ha ricostruito con paziente dedizione le ragioni

essenziali della diffi cile avventura di Di Iorio.

Non senza una partecipe emozione nel riascoltare

e trascrivere la voce dell’artista, il tono tormentato

delle sue rifl essioni sulla libertà creativa, spesso

annientata dal clima – per molti versi agghiacciante

– che governa l’arte e i suoi sistemi di omologazione.

I ragionamenti che emergono in questo flusso di

pensieri riguardano i fondamenti del giovane pittore:

i primi studi all’Istituto d’Arte di Gorizia, gli anni

dell’Accademia a Venezia, la magia dell’insegnamento

di Emilio Vedova, l’entusiasmo per le ricerche sul segno

e sul colore. Dunque, l’esigenza di calarsi “a capofitto

nella pittura”, il non vedere altro che pittura, esplorare

le radici del colore per coglierne l’essenza, l’attimo

assoluto necessario a far scattare l’azione del dipingere.

Dalla geometria al puro gesto, dalla costruzione rigorosa

al vortice eclatante dello spazio, dall’atto premeditato

alla sua liberazione emotiva, entro queste polarità

ambivalenti Di Iorio affronta diverse soluzioni seguendo

“l’istinto di darsi in modo totale alla pittura”. Ma,

anche, coltivando con ironia e autocritica la misura

mutevole che scaturisce dalle relazioni tra arte e vita,

sempre in bilico tra i disagi dell’angoscia e gli slanci

verso un sentimento attivo del dipingere.

Si tratta di un percorso comune a diversi artisti della

sua generazione, una condizione diffusa che tuttavia

Di Iorio vive con l’orgoglio del proprio tenace isolamento,

con pochi punti di riferimento, minimi scambi

per sentirsi in sintonia con se stesso. Gli incontri

e i rapporti con pochi amici pittori, critici e galleristi,

sono lo sfondo in cui si colloca la grande passione

per la pittura come massima esaltazione della propria

autonomia espressiva, “necessità biologica” del

fare arte dove il gesto attraversa territori sconosciuti

o si fa carico di memorie vissute.

Signifi cativo è ciò che l’artista dichiara a proposito

delle trame introverse del suo instancabile cercare,

le rifl essioni intorno al fl uire impulsivo del segno-colore

come groviglio inesplicabile che non esaurisce l’ansia

di giungere all’essenza della forma.

Soprattutto, affascina la coscienza con cui − di fronte

allo smarrimento dell’esistere e alla sofferenza del

dipingere − egli mette a fuoco la “struttura mentale

che sorregge il tutto”. Non solo la veemenza dei

colori primari, anche la forza del bianco e del nero,

la presenza disarticolata di frammenti che nessun

progetto può stabilire, orizzonti invalicabili e scheletri

di spazio che vengono incontro come istanti sospesi

nel divenire delle forme.

Da questa consapevolezza del dipingere, come ritmo

viscerale che coinvolge corpo e mente in un unico

magma, nasce il vitalismo fi sico che porta Di Iorio a

confrontarsi con gli spasimi spaziali della sua visione.

Sfi dando sempre il limite che intercorre tra luce

e ombra, superfi cie e sconfi namento, memoria del

paesaggio e l’invisibile soglia che sta dietro, sopra,

addosso, struttura sfuggente come “anima in pena”.

Questo clima immaginativo ha bisogno di mezzi e

formati sempre commisurati al gesto che irrompe

nello spazio, al nero vorticare del segno che dialoga

con gli altri colori, dal piccolo foglio alla grande tela.

Perché lo spettatore possa comprendere la portata di

queste tensioni viene opportunamente ricordata l’attività

incisoria, certo decisiva per valutare i palpiti del segno

sulla lastra, il lento scavo dell’immagine che prepara

la differente stagione delle folgorazioni pittoriche.

Non meno effi cace è la qualità disegnativa delle

carte dove pastello, grafi te, carboncino, inchiostro,

biro, pennarello e mescolanze varie inventano tragitti

spericolati, agganci al vuoto, trafi tture cromatiche e

scritture indecifrabili che aprono altri orizzonti di senso.

Incroci, equilibri, vibrazioni, segnali, nodi, vortici,

feritoie, segni in libertà, ritmi in ascesa, disgregazioni:

tutti questi termini ricavati dai titoli delle opere non

possono descrivere quanto avviene nel loro processo

ideativo ed esecutivo, ma riescono solo ad alludere

al carattere gestuale che sempre più, nel corso degli

anni novanta, si fa incontenibile. Come se la superfi cie

fosse solo un campo di scorrimento di energie protese

a dislocarsi oltre i perimetri, per uscire dalla trappola

spaziale con l’azione trasgressiva delle pennellate,

delle striature, degli schizzi di colore che rimbalzano

ovunque, tra grumi, rilievi e zone più diluite.

A queste modalità si aggiunge l’uso di “macchie”

realizzate gettando colore sulla tela, in questo gesto

alla portata di tutti sta il desiderio soggettivo di

liberare energie a lungo trattenute. Un ritorno al

primordio cosmico, un dilagare nel flusso della materia

che risponde all’esigenza di fi ssare l’istante del colore,

senza schemi, dando peso all’informe, congiungendo

arcaico e presente nell’incanto del tempo dilatato.

A questo punto, pur all’interno di inevitabili distinzioni

tra un periodo e l’altro, l’attenzione viene indirizzata

verso i nodi problematici e i nessi espressivi legati

a quella che Agostinelli defi nisce, senza alcun tono

celebrativo, “grande pittura di Mario Di Iorio”.

Pittura d’azione e d’emozione, immediata e senza

pentimenti, corpo a corpo tra pittore e superficie, luogo

di purezza e perdizione dove il pensiero si identifi ca

con le derive del gesto, captando i ritmi persistenti,

i segni spezzati, i vuoti da riempire. Pittura in cerca

di se stessa, alimentata dalle verità del suo mettersi

in gioco senza fi nzioni, autentica e imprevedibile

come un sentimento scoperto che alimenta gli scatti

del segno oltremisura, il fl uido generarsi del colore.

La metafora della “grande pittura” sottolinea la

vocazione di Di Iorio a dilatare il campo percettivo

per coinvolgere lo spettatore e metterlo al centro

di inattesi spostamenti, tra equilibri instabili e

accentuazioni dinamiche che colgono di sorpresa

anche lo sguardo più attento.

Tutto va ricondotto – di nuovo – alla lezione

intramontabile di Vedova, a quella “avventura

pericolosa” che l’allievo divenuto artista sente come

valore che non può appagarsi in se stesso, si tratta

piuttosto di un progressivo sprofondamento negli

aspetti contrastanti del suo immaginario, tra flussi

malinconici e toni perentori.

A questo oscillante groviglio di stati d’animo si

riconduce l’identità di Di Iorio destinata a rimanere

viva nella mente di chi l’ha conosciuto e di chi inizia

a conoscerlo da oggi. Un artista che sognava la pittura

a viso aperto, consapevole che ogni opera non è per

nulla ovvia, non si progetta ma si cerca, si possiede

ma non fi no in fondo, infatti si attende ogni volta

al varco, “a costo di soffrici sopra l’indicibile”.