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Francesco Imbimbo – IL NUOVO SUDARIO DI OVIEDO – omaggio a Luis Sepulveda (2020)
Aprile 16, 2021 h 16:00 - Maggio 15, 2021 h 19:00

Ex ferramenta Krainer
Gorizia
dal 16/04 al 15/05/2021
Frutto di questa clausura forzata, reduce da una “Pasqua senza resurrezione”, l’opera vuole incamminarsi nell’alveo dell’”imitatio Christi”, riportando nella contingenza di un vissuto collettivo il dramma della Passione, così da incontrare il divino nell’umano, traguardare il carisma del Cristo per il tramite di una taumaturgica nobiltà dello spirito; e magari isolare germi di Eternità nella virulenza della Storia. Quella Storia che ineluttabilmente, da qualche tempo, vuota le piazze e riempie le fosse, ma puntualmente alimenta le nostre cronache, insufflandovi il respiro convulso di un ecosistema ammalato.
Una tragedia di portata universale (che sicuramente tutti ci coinvolge e sconvolge, ciascuno però in misura differente) rischia di rimanere senza un volto, proprio per il fatto di annoverarne troppi: accade così che quegli stessi media pronti a calcare il pedale dell’emotività al cospetto di un dramma a misura d’uomo, per contro, fronteggiando una sciagura fuori scala, impossibile da abbracciare nelle sue reali proporzioni, finiscano per raggelare il cordoglio in una contabilità asettica, quasi inumana nella sua astrattezza. A questo proposito, si sarà osservato come attraverso l’emergenza Covid-19 ci abbiano accompagnato, nel generale scompiglio, le strategie comunicative più disparate, e contraddittorie. È stata l’occasione per misurare la loro dubbia incidenza su una materia incandescente, quanto alla sua drammaticità intrinseca, e magmatica, quanto alle sue inafferrabili dinamiche evolutive.
La mia proposta artistica muove pertanto, come antidoto, come esercizio compensatorio, dall’esigenza di restituire a quest’apocalisse almeno un volto, un nome,.. e, se possibile, anche una voce. Se il lutto è per definizione l’elaborazione sofferta di una perdita, infatti, non può darsi lutto autentico in mancanza di contraccolpi nella sfera più personale di esperienza, si tratti anche solo di un microcosmo letterario frequentato e condiviso da una platea di lettori. Tra le stelle rubate dal covid al nostro firmamento, è un po’ il caso del popolare scrittore cileno Luis Sepulveda, che una curiosa convergenza di circostanze ha portato ad arrendersi il 16 aprile 2020, dopo un estenuante corpo a corpo col nemico pubblico numero uno dell’emergenza sanitaria, in quella città iberica di Oviedo che sappiamo custode di una tra le reliquie più venerate della cristianità, giusto qualche passo dietro la Sindone torinese. Un destino beffardo, per il profugo di una feroce dittatura, scampato alle grinfie dei suoi aguzzini, concludere il proprio avventuroso itinerario giusto lì, in un’appendice della Settimana Santa, tradito dal più subdolo degli avversari: un virus, in cui, nella migliore delle ipotesi, potremmo intravvedere i contraccolpi epidemici su scala globale di un incancrenito dissesto ambientale. Tema questo, peraltro, che non gli era certo indifferente.
In qualche modo, tra Torino e Oviedo il mio lavoro sembra fare la spola; pur rimanendo precipuo paradigma visuale di riferimento il Sudario di Torino. La sfida era incunearsi tra l’universalità del simbolo e l’incerta, eppure suggestiva fisionomia dei tratti impressi nel sudario, per derivarne il paradosso di una “sindone laica”, il ritratto di un personaggio in odore di immortalità declinato in chiave di impronta sindonica, ciò che ritratto a tutti gli effetti propriamente non è. Non lo è tecnicamente parlando; né potrebbe, in quanto traccia fisiognomica impressa sopra una superficie dal contatto con la virtuale tridimensionalità di un viso, conseguire l’immediata evidenza di un ritratto. Una sfida, pertanto, piuttosto spendibile in una dimensione concettuale, che inquadrabile in quella rigogliosa tradizione perpetuata sotto la designazione di ritrattistica.
Ebbene, essendo cognizione acquisita come le riscritte geografie del corpo sociale, congiuntamente alle stravolte coreografie dell’ethos, ci stiano sospingendo verso nuove frontiere della “prossimità”, ma anche verso pratiche artistiche inusitate, o persino forme di devozione alternative, probabilmente mi sarà perdonata anche la scelta di una commemorazione così “obliqua”.
Francesco Imbimbo
